ISTANBUL #2

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E alla fine è stato un abbraccio forte, dopo mesi di messaggi e sorrisi sul web, di lontananza da Roma. Euforiche e stanche dal viaggio, nella nostra stanza, di un hotel incredibile. Un rivedersi disperato, un approdo, come rompere gli argini e tracimare. Ritrovarsi. Abbiamo fatto le 4:00 a parlare di noi, ad aggiornare i racconti lasciati in aria qualche tempo fa.
Svegliate dal profumo dei muffin di Eve, dirette al Gran Bazar. Gli sguardi addosso, di uomini dagli occhi fatti di buio. Neri, dolci. Belli, da sfuggire per salvarsi. Stoffe e ceramiche colorate, lampade, perle e smeraldi e bracciali d’argento. Il richiamo pungente delle spezie giù al mercato, un assaggio, un dolce al miele, Jasmine the. In un bar a pochi passi dal Galata Bridge.

Il vento che sferza mentre lo attraverso è il migliore compagno di viaggio. Me lo faccio scivolare addosso, chiudendo gli occhi e tirando un respiro a volte. Lasciando le ragazze indietro. Quello che vado pensando è che quando avrò raggiunto l’atro lato sarò già una persona diversa. Per forza.
Visitiamo la zona intorno alla Galata Tower e ci dirigiamo a sud, verso il Modern Museum. Una struttura affacciata sulla baia, con una vista bellissima a cui affidare i pensieri. Di nuovo all’aria. Un taxi ci lascia a Beyoglu. Pochi passi e poi in albergo. Doccia, trucco e un abito a fiori messo in valigia all’ultimo minuto. Cena da Sarnic, un ex cisterna romana, dall’atmosfera magica e dal cibo da sballo. Offre Corrado, il mio ex boss, una persona sensibile (in fondo), a volte goffa (mai quanto me) e tanto cara. La vista delle Moschee di notte è una sorpresa. Non c’è nessuno in strada, noi a ridere della vita. Un altro taxi, una corsa al contrario. Mi tuffo a pesce sul letto, un ultimo messaggio, domani è un altro giorno.

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