ISTANBUL #4

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Potrebbe bastare il mare. A impazzirci dentro. Quello che resta alla fine di un viaggio è quello che vado cercando il resto del tempo. Il senso del perpetuo. Incamminarsi, partire, salire, raggiungere, tornare indietro e cambiare strada. Finalmente quella giusta. Restare in silenzio, intendersi, gesticolare, infilarsi in un taxi, tra la folla, reagire, rapire uno sguardo, portarlo con me e sentirlo addosso per sempre.
Resta lo zucchero sulla frutta alla fine del pranzo, i pensieri sguinzagliati nel traffico, le confidenze, il capo coperto, la foto da rifare, un simit diviso in strada, il vento sul ponte di Galata, un desiderio affidato a Santa Sofia. Resta la voce di Eve, il suo profumo dolce che non avevo dimenticato, la cena alla cisterna, la luce spenta dopo la buonanotte in stanza.
Resta la corsa, gli spari durante la protesta, il vapore del bagno turco, la pelle morbida. Un volo che mi riporta a casa, che non atterra in Italia. Lascio le ragazze sul Bosforo. Raggiungo il gate. L’uva qui sa di miele, di un miracolo avvenuto al sole. Ne faccio scorta, parte con me.
Così sono a bordo. Posto finestrino 4A. In attesa del prossimo viaggio, chiudo gli occhi e assaporo il ritorno. Sa di miele. Di un miracolo avvenuto al sole, anche questo.
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3 Comments

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