Questo per dirvi che andrà tutt bene. Anche quando tutto intorno sembra avere voce, ma non dare risposte, abbiate il coraggio di affidarvi e di non affannare. Giugno sarà sempre il mio mese preferito. Continueò ad associarlo alla scuola che finisce, all’estate che inizia e, da quest’anno, alla fine di una quaranntena troppo lungaa. Vi auguro un’estate italiana fatta di arrampicate in montagna, corse sul bagnasciuga e baci rubati nell’acqua; di borghi da scoprire in bicicletta, di chiacchiere di quartiere e caffè da prendere in piazza. Vi auguro il coraggio di riaprirvi piano piano al mondo che c’è fuori, e la sensibilità per farlo con una responsabilità diversa. Una nuova stagione delle viole, che fra qualche anno rileggeremo tra le righe di un diario che ci farà sorridere.

La stagione delle viole

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Penso di aver vissuto l’estate più bella della mia vita in Svezia, al tempo in cui, subito dopo l’Università, vivevo a Stoccolma. Lo penso perché la serenità di quei giorni ancora risuona, e la spensieratezza mai più così salda e bruciante riaffiora in pagine di diario in cui scrivevo così:

Non avevo messo in conto di poter tornare a provare tanta leggerezza.
Tanto piacere nello stare assieme agli altri, o da sola tra gli alberi.
Come se mille fuochi molesti mi avessero sorpresa in un istante feroce e fossi tornata per la violenza di quell’ustione allo stato liquido. Sciolta. A fluire d’argento. Di nulla ho bisogno ancora. Di niente sento la mancanza. In me vado riscoprendo la stagione delle viole.

Avevamo raggiunto in battello la piccola isola di Grinda, una delle 24,000 dello Stockholms Skärgård, il grande Arcipelago di Stoccolma luccicante sul Baltico. Avevo due panini nello zaino, un telo mare rosa acceso, un mp3 con musica di vario genere (le cuffie alle orecchie per tutto il tempo) e la compagnia di una combriccola fantastica di italiani espatriati e diventati amici in fretta; cuori ai quali sentirsi legata per sempre e in poco tempo, come non succederà mai più.

Ero arrivata in Svezia per aver vinto un bando del Ministero degli Affari Esteri e della Fondazione CRUI. Avrei speso tutta l’estate all’Ufficio Italiano di Cultura, occupandomi per un po’ della Biblioteca intitolata a Pasolini, tra convegni e mostre, aperitivi in Ambasciata e serate con Laura a saccheggiare quello che restava dei buffet di rappresentanza, a fine serata.

Ma ero arrivata in Svezia dopo un periodo di spaesamento e sconforto. Dopo il terremoto dell’Aquila, una Laurea alla quale mi presentai partendo da un 110 sudato con tanti sforzi (la commissione dovette semplicemente aggiungere la Lode) e un Dottorato rifiutato, perché arrivato senza borsa. Avevo passato settimane a casa a cercare di capire quando avrei potuto insegnare. Le “scuole di specializzazione” non esistevano, sebbene ce le avessero promesse da mesi, i concorsi non ci sarebbero stati. Avrei dovuto aspettare anni per un ruolo da supplente in qualche posto sperduto della Penisola, continuando a sfruttare la generosità e l’ospitalità della mia famiglia. Non mi sentivo a posto con me stessa.
Avevo fatto tutto quello che mi avevano chiesto. Avevo la media del 30 e mi ero laureata nei tempi, avevo un sogno (perché bisogna averlo forte e chiaro, dicono), ed ero a tutti gli effetti un’insegnante. E allora: cos’era andato storto?

Ci sono momenti della nostra vita che assomigliano a un disegno ad acquerello. Il colore diluito nell’acqua irrompe sul foglio e trasforma il prima acerbo in un dopo di forme indaco e scarlatto; pozzanghere di pigmento che si riveleranno solo una volta asciutte, quando la luce avrà fatto il suo corso.

Non è andato tutto come avevo immaginato, ma è andato tutto come doveva andare. E continuerà a farlo.

Avevo preparato una lista di motivi per i quali vi avrei detto che Giugno è il mio mese preferito dell’anno. L’ho sempre associato al principio di un rinnovamento e a una libertà ritrovata; alla scuola che finiva, all’estate che iniziava, dando il via a una lunghissima stagione di bagni a mare e sudate in bicicletta. E poi a giugno cade anche il mio compleanno, e così 365 nuovi giorni tutti da scrivere o, almeno, da scarabocchiare. Un periodo in cui raccogliere i frutti di quello che si è seminato e festeggiare i giorni più luminosi del calendario; come avviene con Shavuot, la Pentecoste ebraica che celebra “le primizie della mietitura del frumento, e la festa della raccolta alla fine dell’anno” (Esodo XXXIV, 22).

Ma non avrei potuto farlo senza affrontare lo spaesamento.

Questo per dirvi che andrà tutto bene. Non per forza come avevamo pensato.

Giugno continuerà ad essere il mio mese preferito. Il mese del mio compleanno, del giorno più lungo dell’anno; della scuola che finisce, dell’estate che inizia e, d’ora in poi, quello di una quarantena troppo lunga che cede un poco e fila via.

Vi auguro un’estate italiana fatta di arrampicate in montagna, corse sul bagnasciuga e baci rubati nell’acqua; di borghi da scoprire in bici, di chiacchiere di quartiere e caffè da prendere in piazza. Vi auguro il coraggio di riaprirvi piano piano al mondo che c’è fuori, e la sensibilità per farlo con una responsabilità diversa. Ci aspetta una “nuova stagione delle viole”, quella che un giorno rileggeremo tra le righe di un diario che ci farà sorridere.

Che sia un’estate speciale,

 

Sara


Editoriale, Giugno 2020

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