Sulla scomparsa dei nostri luoghi del cuore

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Ai tempi dell’Università ho avuto anch’io, come tutti, i miei “momenti cult”, o così penso di stimarli ora, dovendogli riconoscere un’intaccabile sacralità. Il mio preferito era quello che seguiva alla fine di un esame. Non importava il voto (importava moltissimo, ma non ai fini dell’esercizio), fondamentale era che avessi aggiunto un’altra materia alla lista delle cose delle quali eventualmente avrei potuto dimenticarmi per sempre, e si fossero ridotte le distanze fra me medesima stessa e la corona d’alloro. Registrato il colloquio sul libretto, raggiungevo il bagno dell’istituto, mi riassestavo i capelli, scambiando allo specchio due occhiate d’intesa con la faccia di una che a fatica riconoscevo ogni volta, e che mi restituiva una sbirciata da gatta sfinita, prima di arrotolarmi in strati di lana e neoprene, rimboccandomi la sciarpa sul viso; infilando i polsini delle muffole nella maglia, sopra la camicia, sotto la giacca-piumone; alzandomi i calzettoni fino al ginocchio, assicurandomi che i pantaloni di velluto a coste arrivassero a coprirli fino in fondo, insomma: mettendo ogni pezzetto di pelle placida al sicuro, prima di riemergere dagli abissi di Palazzo Camponeschi e sbucare in strada. Il berretto doveva neutralizzare ogni segnale dal mondo, perché tirando dritto con passo da marmotta, mi trovavo a chiedermi spesso, e solo con gran ritardo, se quella o quest’altro giovane di passaggio (con tutta probabilità compagni di corso) avessero davvero insinuato un saluto, se ce l’avessero avuta proprio con me. Andavo di corsa, dopotutto, e lo sguardo era assicurato all’altro capo della strada. Nessuno avrebbe potuto svincolarmi da quello che, ancora oggi, rimane uno dei momenti più sereni della mia vita: l’incursione alla Libreria Colacchi. Accennavo un salve tintinnato con la punta del naso, l’unica cosa viva che spuntasse dal mio corpo e che potesse ricondurre chi mi guardasse all’idea che sotto quei depositi di piumaggio ci fosse qualcuno che tuttavia respirasse. Raggiungevo la sala più grande e lasciavo in un angolo tutti gli strati di cui in quella pancia di balena non avrei avuto bisogno. Iniziavo e esaminare ogni scaffale di quel posto fantastico, cercando di scoprire cosa ci fosse di diverso rispetto alla volta precedente: quali titoli fossero stati aggiunti alla sezione dei “romanzi brillanti che tutti proprio tutti stanno leggendo adesso”; quali in quelli della narrativa per sfigati; se fosse morto un autore sconosciuto, ma di cui tutti sembravano improvvisamente parlare un gran bene; se fosse arrivata la collezione intera dei Landolfi; se ci fosse qualche assenza nella lista degli Adelphi; se avessero scoperto che avevo lasciato Lessico Famigliare tra i libri per bambini, perché poi avevo deciso di prendere l’ultimo di Follett ed ero già così vicina alla cassa…

Non sono più tornata alla Libreria Colacchi. So che dopo quel 6 Aprile ha trovato una sede provvisoria altrove e che da qualche mese è di nuovo in centro, a due passi da Piazza Duomo. Ma è in quella pancia di balena di Palazzo Pica Alfieri che ho imparato a leggere, amato leggere.

Quest’anno senza precedenti si è portato via molti dei nostri posti del cuore. Il coronavirus ha sconquassato la geografia della nostra memoria come potrebbe solo un terremoto. Piccole librerie e botteghe di quartiere, il caffè dietro l’angolo, il giornalaio vicino casa, la pasticceria della signora Norma, La Locanda dei Girasoli a Roma, il mitico caffè di Edimburgo dove la Rowling scrisse Harry Potter e la pietra filosofale, quel cinema indipendente che ci ha strappato un sorriso, il giardino botanico, la scuola dopo l’ultimo decreto… Ci avete fatto caso?

Abbiamo fatto fatica ad abituarci all’idea di non poter raggiungere mete esotiche a 10 ore di volo da casa, ma non ci siamo accorti che, nel frattempo, questo virus ridisegnava anche la mappa delle nostre città.

Un processo traumatico, che ci lascerà non pochi segni sul cuore. La scomparsa dei nostri luoghi preferiti, così come per i ricordi, ne L’Isola dei senza memoria, di Yōko Ogawa, ci sta restituendo un labirinto di vie desolate, tra le quali faremo fatica a orientarci e riconoscerci. Dovremo ricostruire insieme, ricreare assieme gli spazi comuni, ristabilire nuovi luoghi della socialità e, nel frattempo, se pure faremo meno acquisti, sostenere le piccole realtà: le botteghe dei nostri borghi, gli amici artisti, i nostri bravissimi artigiani. I posti ci vogliono (prendendo ispirazione da Pavese); i nostri posti preferiti vogliono dire non sentirci soli: lì “c’è qualcosa di nostro, che anche quando non ci siamo resta ad aspettarci”.

È un autunno di sfide, ma anche una stagione di vicinanza e il tempo perfetto per gettare le basi per un mondo sostenibile. All’incertezza si affianca sempre la speranza. Voglio credere che ce ne sia tanta. Che, tuttavia, stiamo sognando ancora. Non pensiamo che si viva “nel provvisorio”, che “per ora la vita va male, per ora bisogna arrangiarsi, per ora bisogna anche umiliarsi, ma che tutto ciò è provvisorio. La vera vita comincerà un giorno”, come scriveva Silone, in Vino e pane. Facciamo che la vita è ora, per il domani. Facciamo che anche questa è vita e che è una vita meravigliosa, perché siamo vicini. Teniamoci a distanza, ma stretti. Per le strade, sui balconi. Ovunque sarà. Continuiamo a progettare. Non aspettiamo il giorno in cui dovrebbe cominciare la vera vita. “Così passa l’esistenza”.

Ci auguro un autunno di buone letture, di vita semplice. Di poter riconoscere e salvare tutti i nostri luoghi del cuore, con la speranza di affollarli presto di nuovo, insieme.

Sara

 

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3 comments
    1. Grazie, Cristina. Speriamo vada tutto per il meglio. Ma ce la faremo, se ci sosteniamo. Ti auguro un autunno meraviglioso!

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